Prudenza e Costanza
che mandavano a intervalli odore di bruciaticcio; solo il cielo si ribellava al buio, accendendo svelto una dopo l'altra le sue stelle, in attesa dell'arrivo della Luna. Il tramonto del Sole aveva diminuito ben poco la calura alimentata in tutta la giornata e nelle precedenti.
Era una eccezionale calda primavera quella del 1799, specie nel contado fiorentino; non pioveva da mesi e il terreno, sempre più assetato, si stava bevendo giorno dopo giorno le sorgenti d'acqua, mettendo all'asciutto torrenti, fonti e alcuni pozzi, come quello della famiglia Bini, a cui la diciottenne Carolina apparteneva. La ragazza, come la maggior parte delle donne del Castello, attendeva alle faccende domestiche. Suo padre Pietro, trafficante di bestie e di granaglie, era rientrato in casa poco prima, allegro come può esserlo un commerciante che ha fatto buoni affari e che perciò ha pure brindato a più riprese alla fortuna. Il troppo vino ingollato durante la giornata aveva scoordinato i suoi movimenti e a farne le spese era stata la mezzina di rame quasi colma d'acqua, rovesciatasi nell'acquaio dopo una maldestra gomitata. Caterina era dovuta uscire di casa senza indugi a riempire di nuovo il recipiente, sperando che il pozzo di Piazza le concedesse ancora acqua, a differenza di quello familiare che da una settimana ospitava sul fondale solo terriccio e sassi.
Carolina stava agganciando la mezzina di rame al moschettone in cima alla corda da far scorrere sulla carrucola, e senza volerlo ascoltava i suoni provenienti dalle vicine abitazioni: uno stizzoso pianto di bimbo, una bestemmia, alcune risate sguaiate, la voce del barbiere che canterellava un augurio al Granduca in esilio... quando udì uno scalpiccio di cavalli. E come lei lo avevano udito i castellani che si erano subito zittiti, salvo il bimbo che innocentemente continuava a strillare, accompagnato ora dal lontano latrare del cane del guardiacaccia Luigi Ciani. Caterina calò velocemente la mezzina, la sentì penetrare nell'acqua e riempirsi, e allora sempre svelta cominciò a farla risalire, tirando a lunghe bracciate la corda. Appena le arrivò davanti la sganciò dal bocchettone, accorgendosi che i suoi occhi, ormai abituati al buio, riuscivano a distinguerla e a distinguere i contorni del pozzo e delle case vicine, e anche le sagome dei cavalieri che le si erano avvicinati, soldati francesi che da qualche tempo circolavano nei dintorni del Castello. La ragazza, piuttosto impaurita da tali presenze, afferrò la mezzina colma d'acqua e fece per incamminarsi verso casa, ma un cavaliere, sghignazzando, la fece quasi cadere quando con la cavalcatura le sbarrò il passo, prima di scendere e mettersi di fronte a lei. Carolina, piccola e minuta, di sotto in su guardò l'uomo che aveva davanti, che era alto, tarchiato e scuro in volto per il buio ma con gli occhi e i denti lucenti per qualche strano riverbero, e le sembrò un diavolo delle storie raccontate nelle notti di veglia dagli anziani. Allora urlò con quanto fiato aveva in gola tutta la sua paura, e al suo grido seguì all'unisono la risata dei soldati.
"Et alors, garcon?", dalle tenebre uscì una voce, appartenente a un giovane castellano che Carolina conosceva bene e che dopo pochi istanti si materializzò accanto a lei. Il soldato sceso da cavallo fece per ribattere, ma poi ci ripensò, e facendo al nuovo venuto un abbozzo di saluto militare risalì in sella ordinando ai suoi compagni di seguirlo verso la parte alta del Castello. Gli obbedirono senza indugio, rendendo in pochi istanti libera la Piazza dalla loro presenza. Subito Carolina, resasi conto che non aveva più niente da temere, aveva gettato le braccia al collo di Francesco Cipriani, suo salvatore, e così facendo aveva mollato la mezzina, che cadde al suolo rovesciandosi e bagnandole i piedi scalzi.
Marcel François Dupont, Caporale del drappello francese di stanza alla Fortezza di San Martino a Beriano, aveva già superato con i suoi soldati Villa Schifanoia e Villa Adami, ed aveva ormai imboccato via del Poggio, sempre immerso nei suoi pensieri. L'uomo che poco prima gli aveva rivolto la parola in un perfetto francese aveva un tono autoritario e un accento corso, come il grande Napoleone, casualmente ascoltato all'inizio di quell'anno. Forse lo sconosciuto interlocutore ne era parente o amico? "Beh", pensò, mettendo fine alle sue congetture appena giunto sotto le mura della Fortezza, "domani piazzeremo gli Alberi della Libertà nella Piazza, e avrò modo di informarmi su di lui, o forse, con un pò di fortuna, lo potrò incontare di nuovo".
Carolina nel frattempo aveva continuato ad abbracciare Francesco. Lo spavento provato al momento in cui si era trovata di fronte quel diavolo di francese era subito svanito, sostituito da un sentimento di riconoscenza e forse da qualcosa di più verso il suo "salvatore", bello, aitante, cortese, e forse rispettoso e troppo preso dal lavoro. Tante volte durante le calde giornate di quell'eccezionale primavera aveva avuto modo di incontrarlo, e allora aveva posato poco innocentemente il suo sguardo sul volto di lui, quasi mangiandoselo con gli occhi, ricevendo in cambio solo un cortese saluto di buon vicinato. Ora aveva un buon motivo per poterlo abbracciare e ne approfittava, ogni istante più sicura che l'uomo non rimaneva insensibile al contatto fisico. Ma, suo malgrado, dovette abbandonare la presa, poco per volta dal buio emergevano le figure dei castellani della Piazza, zittiti e bloccati da timori nelle proprie abitazioni all'arrivo dei francesi e ritornati coraggiosi e curiosi dopo che il rumore degli zoccoli dei cavalli era svanito nella notte ormai da alcuni minuti.
Capitolo II- I "Viva Maria!"
Il lungo palo chiamato pomposamente "albero della libertà", piantato in primavera nella parte più bassa della Piazza del Castello di San Piero a Sieve, addobbato con bandiere e coccarde tricolori (blu-bianco-rosso) e nastri con scritte varie in lingua francese, attirava la curiosità popolare e l'ira del pievano Francesco Betti. "Liberté,fraternité,egalité", le parole simbolo della recente rivoluzione transalpina che aveva fatto emergere socialmente, almeno fino ad allora, la borghesia a discapito della nobiltà, risuonavano nella mente del religioso come una diabolica tripla bestemmia, E non era bastata la lettera pastorale del vescovo della diocesi fiorentina Antonio Martini che invitava preti, frati e monache a non intervenire nelle malferme vicende politiche toscane. A lui, don Francesco da Mangona, i dettami vescovili facevano un baffo, avrebbe voluto scacciare a pedate i francesi, ma purtroppo veniva frenato nei suoi pensieri poco caritatevoli dal fatto che Pietro e Antonio Cipriani, padre e figlio originari della Corsica e residenti in Piazza del Castello, per nascita quindi legati agli attuali invasori, erano diventati suoi amici in quanto finanziatori delle variegate attività parrocchiali. Essi tenevano il piede in due staffe, come del resto facevano altri; e col loro comportamento, pacifico e cordiale verso tutti i castellani, contribuivano alla tranquillità generale. Nella comune don Francesco non era il solo antifrancese, gli davano man forte quasi tutti i contadini e i braccianti, alcune pie donne della borghesia e naturalmente i nobili, i preti e i canonici, ad eccezione del giovane don Giuseppe Frilli, la cui famiglia intratteneva, stranamente, ottimi rapporti di amicizia e di affari con i Cipriani. I Frilli del Castello di San Piero a Sieve, originari di Sesto Fiorentino, discendevano da un tal Tommaso di Alessandro che nel settembre 1589, all'età di 52 anni aveva sposato una giovane vedova ventisettenne a nome Giovanna, già madre di tre piccoli figli ed incinta del quarto. Quando questi venne alla luce fu considerato a tutti gli effetti figlio di Tommaso, ed al momento del battesimo gli fu assegnato il nome Francesco e, secondo i dettami del Concilio di Trento conclusosi nel 1563, un cognome che il padre putativo ancora non aveva. Il prete battezzante era originario della Sardegna e con poco spirito cristiano considerava Tommaso uno stupido per essersi preso la briga di mantenere, ormai vecchio, una famiglia numerosa, ricevendo in cambio le poche grazie naturali di una donna giovane all'anagrafe ma sfatta da quattro gravidanze; e decise di affibbiare al neonato il cognome Frilli, che nella sua lingua (o dialetto) di origine era appunto il sinonimo di "inutili" ed anche di "grulli". I Frilli furono prolifici, invasero le località vicine al paese d'origine, poi raggiunsero Barberino nel Mugello e da qui un ramo della famiglia approdò al Castello di San Piero a Sieve, nell'anno seguente la dipartita terrena del Granduca di Toscana Giangastone de' Medici. Circa cinquanta anni dopo giunsero al Castello anche i Cipriani, provenienti dalla Corsica, tra la curiosità dei locali abitanti che non riuscivano a capacitarsi perché i nuovi arrivati avessero scelto di trasferirsi proprio lì, in quella piccola comune dove non conoscevano alcuno. Ma certamente si sbagliavano, perché avevano un forte legame con i Frilli, anche se piuttosto misterioso. I francesi, appena si furono stabiliti alla Fortezza dove avevano scelto come caserma la canonica della Chiesa di San Martino (e, come si seppe più tardi, la stessa Chiesa come stalla per i loro cavalli), avevano chiesto alla popolazione più abbiente, cioè ai nobili, ai borghesi e ai preti, viveri e coperte, lasciando loro in cambio varie ricevute da esibire in sconosciuti tempi futuri, onde ottenerne il dovuto rimborso del costo. Don Francesco dovette disfarsi di una bella coperta di lana e di una damigiana di vino, che furono caricate su un barroccio del vetturale Pietro Bini per essere trasportate, insieme ad altre che già vi si trovavano sopra, all'improvvisata caserma. Tanta fu la rabbia provata da don Francesco per tale obbligata consegna che la propria mano gli sembrò diventare di ghiaccio quando gli fu toccata dal soldato che gli stava allungando la quasi inutile ricevuta. Alcuni giorni dopo l'esproprio don Francesco fu informato che alcuni aretini, devoti della Madonna del Conforto, al grido di "Viva Maria!" avevano lasciato la propria città diretti verso Firenze, con l'intenzione di cacciare dal suolo toscano gli antipatici invasori. La gioia provata dal pievano alla notizia fu enorme e, se possibile, aumentò ancor di più quando seppe che per raggiungere la capitale del Granducato i nostri non avrebbero scelto la via più breve ma, deviando per il Casentino, addirittura sarebbero passati dal Mugello. "Finalmente", pensò il pievano, stropicciandosi le mani alla tonaca, come a pulirsi da ogni ogni contatto avuto con gli invasori, "i francesi avranno al più presto quel che si meritano". Anche Pietro e Francesco Cipriani erano informati di questa moderna "crociata" ed avevano invitato il Caporale Dupont, al quale spettava il compito di perlustrare le comuni di Barberino nel Mugello, San Piero a Sieve e Borgo al San Lorenzo, a non rispondere ad eventuali attacchi degli aretini, ma a ritirarsi provvisoriamente nella caserma in Fortezza ed uscirne appena quegli esaltati se ne fossero andati dall'alta Val di Sieve. Il Caporale decise di obbedire, anche se al vicino Borgo al San Lorenzo, incidentalmente, fu considerato responsabile della tragica dipartita di un anziano commerciante e della sua fantesca diciottenne. Alle cinque della sera di un giorno d'inizio estate di quel 1799, con un grande cappello in testa che risciva a ripararlo da un sole sempre più infuocato ma non gli impediva di sudare, don Francesco si trovava a passare per via della Sieve quando udì il rumore di un galoppo sfrenato, proveniente da oltre il fiume.Tra il polverone sollevato dagli zoccoli dei cavalli riuscì a scorgere le sagome di alcuni cavalieri. In pochi istanti i francesi, poiché del Caporale Dupont e del suo drappello si trattava, oltrepassarono il ponte sulla Sieve, si immisero nel Foro Boario, raggiunsero la Piazza per proseguire verso la Fortezza. "Stanno fuggendo dagli aretini" urlò soddisfatto il pievano, "ed è inutile che si nascondino in caserma, li butteranno fuori anche di lì".
Capitolo III - La Colonna di Piazza
Nel pomeriggio inoltrato di quell'assolata giornata del 24 agosto 1799, assolata come lo erano state tutte dall'inizio della primavera in poi, una processione di circa duecento fedeli, guidata da don Francesco Betti e istruita nei canti da don Pietro Poggini, dalla Chiesa plebana si mosse in direzione della Piazza del Castello. Dopo aver costeggiato il torrente Carza e attraversato il Foro Boario, raggiunse l'obiettivo cercato, una Colonna in pietra posata all'incirca nel luogo dove fino a poco tempo prima si elevava l' Albero della Libertà. La Colonna stringeva nella parte superiore una Croce, e nella parte centrale aveva un incavo che conteneva una ceramica raffigurante la Madona del Conforto venerata in Arezzo. Era stata progettata, realizzata e posizionata in tempi veramente rapidi.
I fedeli arrivati in processione nella Piazza del Castello la trovarono occupata da centinaia di castellani. Praticamente tutta la comune era lì a seguire le mosse di don Francesco, che veloce si portò accanto alla Colonna, pronto a dare la dovuta benedizione al nuovo Tabernacolo della Croce, come sarebbe stato ricordato negli anni a venire, ma che poi Tabernacolo vero non era, mancandogli lo spazio per il ricovero del viandante. Era semplicemente una Colonna in pietra con la Croce e una maiolica, variazione religiosa dell'Albero francese. Don Francesco, che appariva allegro e festoso come non lo era mai stato, ben presto, col suo pennello benedicente, inondò di acqua santa la Colonna, il curato Poggini, i chierici e buona parte degli altri presenti, tra i quali furono notati Francesco Cipriani e la giovanissima fidanzata Carolina Bini, accompagnata dalla madre.
Nella Colonna, sotto la maiolica con l'effige della Madonna del Conforto, vi era stata incisa la scritta in lingua latina, più o meno classica: "Hic sua nunc ponit stegmata relligio (Qui la religione pone i suoi stemmi)", mentre sul lato opposto, sempre nella stessa lingua, vi si leggeva l'altra frase piuttosto sarcastica: "Pro fugatis Galli (In barba ai francesi messi in fuga)". Queste scritte erano state richieste personalmente, meglio dire pretese, da don Francesco, ma solo dopo che era stato presentato al Vicario scarperiese il preventivo di spesa per la realizzazione della Colonna. Le incisioni perciò avevano fatto lievitare il costo del manufatto, previsto all'inizio in lire centocinquantuno e settantacinque centesimi. A Scarperia non digerirono l'aumento e tennero il cordone della borsa tirato, ma alla fine (ci volle quasi un anno) il conto fu saldato, grazie soprattutto al fratello di don Pietro, tal Francesco Poggini, pratico di tali contenziosi. Risulta dai documenti dell'epoca che fosse stato proprio lui a richiedere ai Capi scarperiesi, con l'appoggio dei Priori della Comune di San Piero a Sieve, lire ottantaquattro e dieci centesimi per il costo dell'Albero della Libertà, innalzato dai francesi qualche mese prima. Cambiavano i governi, ma i funzionari rimanevano sempre al loro posto.
E il giorno seguente, domenica, don Francesco continuò la sua Festa, esponendo fin dal mattino il Santissimo Sacramento nella Chiesa, tutta ornata da un padiglione pensile e da candelabri. A pranzo aveva circa ottanta invitati, tra i quali il Molto Reverendo don Angelo Lorini, Priore di Bivigliano, che infiammò gli animi dei commensali con un eccellente discorso sulle batoste ricevute dai francesi in Toscana. Sul tardo pomeriggio erano previsti solo i Vespri in Chiesa, ma al termine di questi fu cantato il Te Deum e subito dopo fu impartita la benedizione ai presenti di ogni classe sociale. Al termine anche il Cielo sembrò approvare l'operato di don Francesco e dei suoi parrocchiani: una pioggia battente benedì la Chiesa, il Castello e la campagna intorno, ponendo fine ad una lunga e disagevole siccità.
Capitolo IV - La ragazza madre
Ai primi di settembre di quel tormentato anno 1799 l'esercito del Granduca stanziato in Mugello, rinforzato da un buon mumero di soldati austriaci, senza perder tempo cercò di entrare in possesso di viveri e coperte necessari a passare l'inverno nel miglior modo possibile. Pietro Bini, vetturale e barrocciaio di San Piero a Sieve,fu incaricato dal caporale Zeni di visitare i benestanti locali per farsi consegnare quanto sopra, rilasciando regolare ricevuta come avevano fatto i francesi qualche mese prima. Il Bini naturalmente avrebbe avuto il suo guadagno.
Don Francesco stavolta donò con piacere il suo più bel piumone, due paia di lenzuola ancora da rinnovare e due damigiane di vino. E non volle alcuna ricevuta. Purtroppo per lui, però, i soldati francesi, usciti dalla finestra rientrarono ben presto dalla porta, prima mettendo alla guida della Toscana un Borbone al posto del Lorena, poi, anni più tardi, annettendo alla Francia tutto il Granducato. E il nostro parroco, un poco alla volta, dovette ammorbidire le sue posizioni.
Quando Francesco Cipriani e Carolina Bini gli espressero il desiderio di unirsi in matrimonio, e si era a fine febbraio del 1801, don Francesco non si era ancora definitivamente calmato. Essendo il Cipriani non solo un grande amico dei francesi ma soprattutto un finanziatore delle attività parrocchiali, per il Betti diveniva impossibile contrastarlo apertamente. Ma come poteva benedire quell'unione? Come poteva dire a Carolina, proveniente da una famiglia che aveva accolto con gioia l'arrivo dei "Viva Maria!", di seguire il marito nella buona e nella cattiva sorte?
Don Francesco con tatto cominciò a spiegare ai due innamorati che il matrimonio era una cosa seria e meno di due anni di fidanzamento ufficiale erano troppo pochi per conoscersi a fondo, tanto più che Carolina era tanto giovane; e li invitò a riflettere per almeno una settimana, prima di ritornare da lui a confermare il loro proposito. "Chissà", pensò tra se, "che in questo lasso di tempo non accada veramente qualcosa che faccia loro cambiare idea".
E qualcosa accadde davvero, e piuttosto eclatante. Concordia, serva ventenne di casa Cipriani, da qualche mese era ingrossata, la sua giovane persona appariva appesantita, ma né Francescoo, né il padre Pietro e nemmeno i vicini sembravano farci caso. La ragazza non faceva tanti movimenti, usciva di casa solo per fare la spesa o recarsi alla Messa nei giorni festivi ed era soprattutto una buona forchetta: quindi non poteva far altro che metter su peso. Concordia, "gittatella" allevata per poco più di otto anni all'Istituto fiorentino degli Innocenti, era entrata in casa Cipriani undici anni prima, come aiuto domestico, cioè apprendista serva, ben accolta da Celestina Arrighetti moglie di Pietro e quindi madre di Francesco, unico figlio. E Celestina aveva trattatò fin dal primo giorno Concordia come una figlia, non comandandole niente ma solo insegnandole tutto quello che c'era da insegnare sui lavori di casa. E quando la donna, cinque anni dopo, fu tolta a questo mondo da una polmonite fulminante, la "nocentina" tirò avanti le faccende domestiche da sola, con competenza. Giovane donna in una famiglia di soli uomini non aveva mai dato adito a pettegolezzi perché anche Pietro l'aveva considerata ben presto come una figlia a Francesco come una sorella.
Due giorni dopo l'invito fatto da don Francesco ai due innamorati, Carolina, che aveva rimuginato giorno e notte sulle parole del prete, decise che non era più tempo di aspettare le sorbe mature; e, di buon'ora, andò a bussare alla porta di casa Cipriani con la speranza di trovarvi il suo uomo per dirgli se non era il caso di ritornare quello stesso giorno da don Francesco a farsi fare i fogli per sposarsi, senza altri rinvii. Ma la porta di casa Cipriani stranamente le rimase chiusa.
Mentre stava per riprendere in mano il battente, il rumore di un calesse che si stava avvicinando la fece voltare. Il "suo" Francesco stava arrivando in compagnia della ostetrica della comune sampierina, Maria Giovanna Loli, che abitava fuori del paese, a un miglio di distanza, lungo la Strada Regia per Bologna. Stupita a quella vista, appena il cavallo si fermò e i due viaggiatori scesero, Carolina incuriosita interrogò il fidanzato: "Chi è gravida in questa Piazza?" e si ebbe l'inimmaginabile risposta: "La nostra Concordia", detta a denti stretti mentre infilava la chiave nella serratura della porta per aprirla.
Il volto di Carolina cambiò colore diverse volte. Dapprima le divenne più roseo, stava per scoppiare a ridere, non avendo mai potuto immaginare una vita sentimentale della ragazza, che se ne stava sempre chiusa in casa; poi le divenne rosso fuoco perché s'immaginò che il futuro suocero avrebbe potuto approfittare di Concordia, vivevano giorno e notte sotto lo stesso tetto e questa possibilità non le era piaciuta per niente; e infine si interrogò sul perché aveva pensato a Pietro, quando il suo Francesco si trovava nelle stesse condizioni e occasioni? A questa domanda il suo volto prese il colore della pietra con cui era fatta la Colonna di Piazza.
Aperto il portone di casa, Francesco aveva lasciato passare l'ostetrica diretta al letto dove si trovava Concordia, nella camera al primo piano; non poteva seguirla e quindi aspettò nell'ingresso che lo raggiungesse Carolina. Ed infatti la sua futura sposa arrivò quasi subito, piuttosto nervosa, e senza perder tempo gli fece la fatidica domanda: "Chi è stato?"





